TEATRO STUDIO - Stagione 2017/2018

QUASI-UNA-VITA-Giovanna-Daddi-e-Dario-Marconcini-foto-Roberto-Palermo-5 webAL TEATRO STUDIO MILA PIERALLI PROSEGUE LA STAGIONE TEATRALE 2017/18 a cura della Fondazione Teatro della Toscana

Prossimo spettacolo
11-13 maggio 2018
Fondazione Teatro della Toscana
QUASI UNA VITA
drammaturgia Stefano Geraci, Roberto Bacci
regia, scene e costumi Roberto Bacci
con Giovanna Daddi, Dario Marconcini, Elisa Cuppini, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini
musiche a cura di Ares Tavolazzi
luci Valeria Foti
assistente alla regia Silvia Tufano
scrittura fisica Elisa Cuppini
allestimento Sergio Zagaglia, Stefano Franzoni, Fabio Giommarelli
scenografa pittrice Chiara Occhini
assistente costumi Chiara Fontanella
realizzazione costumi Sabrina Atelier
si ringraziano Associazione Teatro di Buti, Marilù Mazzanti

Ciò che resta di noi è ciò che gli altri ricordano nel tempo che a loro resta. La domanda che ci portiamo dentro e nello spettacolo è quella che riguarda l'attraversare l'ultima porta che ci resta nascosta oltre la quale ci attende un incerto viaggio nel Chissàdove. È quasi una vita quella che ci è data e, mentre la viviamo, così occupati a rincorrere ciò che resta da essere e da fare, il Teatro può interrogarci sul futuro di ciò che siamo stati. Prendiamo allora la vita di due persone qualsiasi e raccogliamone i ricordi, gli affetti, gli oggetti, i costumi, le parole che hanno detto ed anche amato. Ci specchiamo ed osserviamo, attraverso il destino di altri da noi, il destino del personaggio che portiamo la sera con noi a teatro. Il Chissàdove può diventare un luogo senza tempo e senza spazio, il qui e ora di un attimo della nostra vita in cui, mentre una porta si chiude alle nostre spalle, contemporaneamente la stessa porta si apre davanti a noi verso un luogo sconosciuto. Sonnambuli, con la speranza di incontrare un IO permanente che continuamente si nasconde alla nostra coscienza e che, in Quasi una vita, raramente abbiamo vissuto. Roberto Bacci

Orari 21.00, domenica ore 19.00
Prezzi Intero 14€
Ridotto 12€ (Over 65, Soci Arci, UniCoop Firenze, Controradio Club, Touring Club Italiano, ACI Firenze, Lungarno, Carta Istituto Francese Firenze, Carta Più / MultiPiù Feltrinelli, IREOS, Tessere Biblioteche Circuito SDIAF, Amici di Palazzo Strozzi, possessori biglietti, Abbonamenti e Smart Card Trenitalia, possessori biglietti e Abbonamenti ATAF & Li-nea e Busitalia, possessori del biglietto della Mostra “Nascita di una Nazione” a Palazzo Strozzi)
Ridotto 10€ Under 18, studenti universitari, Polimoda, Accademia Belle Arti, IED, LABA Firenze, ISIA Firenze, iscritti scuole di danza, abbonati Teatro della Toscana, residenti Comune Scandicci

La stagione completa e tutte le info su www.teatrostudioscandicci.it
Per abbonarsi online www.teatrostudioscandicci.it/biglietteria/abbonamenti/

TSstagione2017-2018AL TEATRO STUDIO MILA PIERALLI PROSEGUE LA STAGIONE TEATRALE 2017/18

La Fondazione Teatro della Toscana presenta la stagione 2017/2018 del Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci con una novità: l'abbonamento completo ai 7 spettacoli della stagione.

La pre-apertura è affidata all'Accademia dell'Uomo che il 18 novembre 2017 presenta
LA CITTÀ VISIBILE (restituzione spettacolare).
"Una città per cambiare": esito in prima nazionale dei percorsi sulla città condotti dall’Accademia dell’Uomo, vede coinvolti 5 gruppi di 20 persone ciascuno che, attraverso un percorso di 10 incontri, svilupperanno desideri e utopie, fino a descrivere (quasi a disegnare) un nuovo ideale di città (una produzione Fondazione Teatro della Toscana).

L'avvio della Stagione 2017/18 vede in scena Michele Santeramo con LEONARDO: L'invenzione della realtà dal 14 al 17 dicembre.

La stagione completa e tutte le info su www.teatrostudioscandicci.it
Per abbonarsi online www.teatrostudioscandicci.it/biglietteria/abbonamenti/

Anteprime:

18 novembre 2017
Accademia dell'Uomo
presenta
LA CITTÀ VISIBILE (restituzione spettacolare)

24 novembre 2017
Scuola di Musica di Fiesole
presenta
NON VOLEVO VEDERE “…e se perdi sai ricominciare! senza dire una parola di sconfitta”
lettura in musica dall’omonimo libro di Fernanda Flamigni e Tiziano Storai
con Nashira Project
Daniela Morozzi narratrice
Alda Dalle Lucche saxofono
Susanna Bertuccioli arpa
Arcobaleno Ensemble
Giada Moretti direttore

STAGIONE 2017/18

14 – 17 dicembre 2017
Fondazione Teatro della Toscana
Michele Santeramo
LEONARDO
L’invenzione della realtà
di Michele Santeramo
immagini Cristina Gardumi

12 – 13 gennaio 2018
Khora.teatro
COSTELLAZIONI
di Nick Payne
con Aurora Peres, Jacopo Venturiero
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
disegno luci Valerio Tiberi
regia Silvio Peroni

2 – 11 marzo 2018 | PRIMA NAZIONALE
Fondazione Teatro della Toscana, Teatro dell’Elce, Cantiere Obraz
in collaborazione con Postop Teatro
con il sostegno produttivo di Armunia Festival Costa degli Etruschi
con il sostegno di Regione Toscana
APPUNTI DI UN PAZZO di N. V. Gogol’
con Daniele Caini, Alessandra Comanducci, Domenico Cucinotta, Massimiliano Cutrera, Marco Di Costanzo, Erik Haglund, Stefano Parigi
spazio scenico Irina Dolgova e Alessio Bergamo
oggetti e costumi Thomas Harris
contributi sonori Andrea Pistolesi
regia Alessio Bergamo

21 – 22 marzo 2018
Teatro La Comunità
AMLETÒ
Gravi incomprensioni all’Hotel du Nord
con Daniele Biagini, Manuel D'Amario, Elena Fazio, Teresa Federico, Yaser Mohamed, Mauro Racanati, Federica Stefanelli, Guido Targetti
scene e costumi Carlo De Marino e Matteo Zenardi
musiche a cura di Davide Mastrogiovanni
in collaborazione con Harmonia Team
luci Guido Pizzuti
regia Giancarlo Sepe

14 aprile 2018
CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Accademia Perduta Romagna Teatri
ALAN E IL MARE
testo e regia Giuliano Scarpinato
assistente alla drammaturgia Gioia Salvatori
con Michele Degirolamo, Federico Brugnone
in video Elena Aimone
scene Diana Ciufo
videoproiezioni Daniele Salaris
luci Danilo Facco
movimenti scenici Gaia Clotilde Chernetich
costumi Giuliano Scarpinato

11-13 maggio 2018
Fondazione Teatro della Toscana
QUASI UNA VITA
drammaturgia Stefano Geraci, Roberto Bacci
regia, scene e costumi Roberto Bacci
con Giovanna Daddi, Dario Marconcini, Elisa Cuppini, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini
musiche a cura di Ares Tavolazzi
luci Valeria Foti
assistente alla regia Silvia Tufano
scrittura fisica Elisa Cuppini
allestimento Sergio Zagaglia, Stefano Franzoni, Fabio Giommarelli
scenografa pittrice Chiara Occhini
assistente costumi Chiara Fontanella
realizzazione costumi Sabrina Atelier

PROGRAMMI:

18 novembre 2017
Accademia dell'Uomo
presenta
LA CITTÀ VISIBILE (restituzione spettacolare)

"Una città per cambiare": Il futuro di una città si traccia attraverso processi di confronto e valutazione non solo tecnici ma anche culturali. Su tali processi è importante generare un dibattito fatto di proposte, idee, valori che provengono da chi il territorio lo vive ogni giorno con le proprie esigenze ed esperienze.
Il progetto La Città visibile, realizzato in collaborazione tra il Comune di Scandicci e l’Accademia dell’Uomo del Teatro della Toscana, si inserisce nell’ambito delle iniziative che l’Amministrazione sta programmando propedeuticamente all’aggiornamento del Piano Strutturale e all’elaborazione del Piano Operativo, i nuovi strumenti che sostituiranno integralmente il Regolamento Urbanistico.

24 novembre 2017
Scuola di Musica di Fiesole
presenta
NON VOLEVO VEDERE “…e se perdi sai ricominciare! senza dire una parola di sconfitta”
lettura in musica dall’omonimo libro di Fernanda Flamigni e Tiziano Storai
con Nashira Project
Daniela Morozzi narratrice
Alda Dalle Lucche saxofono
Susanna Bertuccioli arpa
Arcobaleno Ensemble
Giada Moretti direttore

Raccontarsi significa guardare la verità, darle un nome, anche se fa paura.
Daniela Morozzi, accompagnata da Alda Dalle Lucche al sax, Susanna Bertuccioli all’arpa, e dall’Arcobaleno Ensemble, piccola orchestra di bambini di tutte le età diretta da Giada Moretti, legge 'Non volevo vedere', dall’omonimo libro autobiografica di Fernanda Flamigni. Una testimonianza autentica del distorsivo rapporto tra un uomo e una donna che, con agghiacciante frequenza, sfocia nel dramma del femminicidio.
Si racconta ciò che Fernanda ha vissuto ed il messaggio che ha voluto dare: un inno alla speranza per vincere la battaglia per la vita e la dignità, per credere nell’uguaglianza e nella libertà.
Una produzione Scuola di Musica di Fiesole.

I protagonisti di Non volevo vedere sono una coppia di giovani che si sono conosciuti nei corridoi dell’università occupata nel 1989. Si innamorano, si fidanzano, poi si sposano. Una storia come tante. Il sogno di lei di una famiglia serena e felice, “da Mulino Bianco”, si sgretola sotto le picconate dell’uomo che svela fin dai primi tempi un carattere ambiguo, dai tratti psicotici, scisso tra scatti d’ira e microscopici gesti, come una rosa dopo una sberla. Fernanda resiste, stringe i denti, va avanti, con amore, poi con il senso del dovere ereditato dal padre. E mente a se stessa mentre il marito perde uno dopo l’altro gli impieghi come giornalista e si barrica dietro accuse al mondo, scuse e pretesti. Il tutto mentre lei non può fare nulla per contrastare la crescente dipendenza dell’uomo dalle droghe.
Dal giorno in cui l’eroina diventa la terza incomoda, un’amante esigente, i soldi cominciano a sparire dal conto in banca e dal salvadanaio del bambino. La protagonista decide di doversi salvare insieme al figlio. Torna alla casa di famiglia, parte il ricorso per la separazione, mentre nelle settimane successive subisce minacce, percosse, appostamenti e una terrificante aggressione a mano armata sul luogo di lavoro. Nel delirio che deve affrontare per proteggersi, Fernanda è più preoccupata delle minacce di suicidio dell’uomo, ne parla alle forze dell’ordine, ai servizi sociali. Poi un giorno la telefonata, e la protagonista aprirà per l’ultima volta la porta al suo carnefice che dice di portare un tardivo regalo di Santa Lucia al bambino. Entrato in casa, dalle sue mani uscirà una fisarmonica per il figlio, e tanti coriandoli di carta lanciati sulla testa della moglie che ha ventinove anni: è il ricorso per la separazione stracciato in tanti piccoli pezzi. Poi la mano estraeva la pistola. Il resto è la cronaca raccontata d’un fiato, trascinati da un ritmo da thriller psicologico e l’atroce consapevolezza che non si tratta di finzione, ma di una storia vera di chi ha sentito la propria pelle rabbrividire e tremare per davvero di fronte alla fine.
Non volevo vedere, il titolo, una pugnalata: dopo due mesi di ricovero l’autrice è emersa dal proprio letto d’ospedale completamente e per sempre cieca. Nella stanza buia in cui è costretta, Fernanda Flamigni ha deciso di ricominciare, di ripartire e per farlo è necessario capire, vedere, aprire gli occhi. Si va a tentoni, si urtano mobili, ci si riempie le gambe di lividi. Ma dopo diciassette anni si può raccontare la propria storia, rivederla da capo, sviscerarla, osservarla tutta per poi descriverla in ogni suo anfratto, anche i più dolorosi.

14 – 17 dicembre 2017
Fondazione Teatro della Toscana
Michele Santeramo
LEONARDO
L’invenzione della realtà
di Michele Santeramo
immagini Cristina Gardumi

Le storie, raccontandole, da vere diventano inventate e da inventate, vere.
Dopo La prossima stagione e Il Nullafacente Michele Santeramo debutta con il suo nuovo testo, Leonardo.
Le immagini di Cristina Gardumi contribuiscono a descrivere un mondo inventato, una distorsione della realtà, alla ricerca di un’altra verità possibile. Come i sogni, che non esistono, ma che una volta sognati, eccoli lì palpitanti, a farci sudare e spaventare, ridere, emozionare. Seppure mai accaduti, eccoli attaccarsi al corpo come una qualunque cosa veramente successa.
Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

Questa storia è tutta inventata. Leonardo Da Vinci ne è il protagonista perché è uno dei pochi personaggi che, per tutta la sua sapienza e il suo ingegno e il suo genio, può risolvere, o almeno provarci, il caso che gli viene proposto. È l’unico al mondo a poterci riuscire.
Nulla di quanto si racconta è vero. Troppo spesso scambiamo le storie vere con quelle credibili; anzi, la credibilità delle storie è spesso legata al fatto che siano accadute veramente.
Ma se così fosse, se bastasse che un fatto sia accaduto per descrivere la realtà, allora la realtà sarebbe immutabile, non sarebbe mai messa in discussione, e le cose sarebbero semplicemente quello che sono. Non ci sarebbe scoperta, né invenzione, né arte, se non si potesse tradire la realtà inventandone una plausibile.
“Lo spettacolo è una narrazione delle vicende sostenuta dalla proiezione di immagini pittoriche realizzate da Cristina Gardumi – interviene Michele Santeramo – il rapporto tra racconto e immagini, come già accaduto ne La Prossima Stagione, è uno degli elementi centrali della messa in scena: il racconto orale procede per accumulazione di immagini che compongono un quadro complessivo della storia; la proiezione, invece, procederà al contrario, mostrando all’inizio la completezza del quadro e, pian piano, scarnificandosi, cercando di lasciare che campeggino sullo schermo solo le immagini di senso della storia”.
Le storie non possono essere soltanto notizie veramente accadute, non possiamo cadere nel tranello che quel che ci dicono essere accaduto veramente sia l’unica verità possibile. Leonardo qui si confronta con un tema che ha bisogno di invenzione per poter essere approcciato e risolto, solo di invenzione.

12 – 13 gennaio 2018
Khora.teatro
COSTELLAZIONI
di Nick Payne
con Aurora Peres, Jacopo Venturiero
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
disegno luci Valerio Tiberi
regia Silvio Peroni

Un uomo, una donna e l’universo a fare da cornice.
Sono questi i tre elementi di Costellazioni, pièce del giovane e talentuoso drammaturgo inglese Nick Payne, messa in scena da Silvio Peroni, con in scena Aurora Peres e Jacopo Venturiero.
C’è una teoria della fisica quantistica che sostiene che esista un numero infinito di universi: tutto quello che può accadere, accade da qualche altra parte e per ogni scelta che si prende, ci sono mille altri mondi in cui si è scelto in un modo differente. Nick Payne prende questa teoria e la applica a un rapporto di coppia.
Una produzione Khora.teatro.

Orlando è un tipo alla mano, che si guadagna da vivere facendo l’apicoltore. Marianna è una donna intelligente e spiritosa che lavora all’Università nel campo della cosmologia quantistica. Costellazioni parla della relazione uomo-donna, ispirandosi al principio di fisica quantistica secondo il quale esisterebbe un numero infinito di universi e dunque infinite possibilità. Tutto può succedere e tutto può cambiare.
Il testo di Nick Payne esplora le infinite possibilità degli universi paralleli: si tratta di una danza giocata in frammenti di tempo. In questa danza la più sottile delle sfumature può drasticamente cambiare una scena, una vita, il futuro.
Il testo si estende in un’indagine sul libero arbitrio e sul ruolo che il caso gioca nelle nostre vite. Se tutto questo potrebbe far sembrare Costellazioni uno spettacolo di approfondimento scientifico, non è niente del genere. I momenti cruciali della relazione di Orlando e Marianna: dalla conoscenza, alla seduzione, al matrimonio, al tradimento, alla malattia, alla morte. Payne mostra ripetutamente, le possibilità e i diversi modi in cui i loro incontri sarebbero potuti andare a causa di fattori che vanno dalle relazioni precedenti alle parole e al tono di voce impiegati. Marianna e Orlando si incontrano, sono fidanzati, non sono fidanzati, fanno sesso, non fanno sesso, si perdono, si ritrovano, si separano e si incontrano di nuovo.
Assolutamente divertente, ma disperatamente triste: è proprio il suo dinamismo intellettuale ed emotivo a rendere lo spettacolo unico e travolgente, un vero e proprio “classico contemporaneo”. L’allestimento sfruttando appieno tutte le potenzialità della drammaturgia ideata dal premiato autore britannico Nick Payne si è riconfermato nella rigorosa messa in scena di Silvio Peroni e nella qualità attoriale del cast che segna il rimarchevole esercizio di stile recitativo di Aurora Peres e Jacopo Venturiero, uno spettacolo innovativo che indaga il contemporaneo.
Si erano conosciuti a casa di un amico, ma era davvero iniziata in quel modo la loro storia? Chi può dirlo con certezza? Ogni situazione della nostra vita, dalla più semplice alla più complessa, è strettamente intrecciata alle scelte che facciamo. E per ogni scelta ci sono altri milioni di mondi dove si è creata una vita differente. L’interessante testo del giovane autore inglese Nick Payne esplora il tema del caos, in un modo molto simile al film Sliding Doors. Le diverse possibilità della vita, i diversi modi in cui i nostri incontri potrebbero andare. Gli esseri umani si fidanzano, non si fidanzano, fanno sesso, non fanno sesso, si incontrano, si perdono, si rincontrano. Un labirinto cosmico.

2 – 11 marzo 2018 | PRIMA NAZIONALE
Fondazione Teatro della Toscana, Teatro dell’Elce, Cantiere Obraz
in collaborazione con Postop Teatro
con il sostegno produttivo di Armunia Festival Costa degli Etruschi
con il sostegno di Regione Toscana
APPUNTI DI UN PAZZO di N. V. Gogol’
con Daniele Caini, Alessandra Comanducci, Domenico Cucinotta, Massimiliano Cutrera, Marco Di Costanzo, Erik Haglund, Stefano Parigi
spazio scenico Irina Dolgova e Alessio Bergamo
oggetti e costumi Thomas Harris
contributi sonori Andrea Pistolesi
regia Alessio Bergamo

Una fantasmagoria di scene dal taglio surreale, spesso umoristico, un carosello di apparizioni demoniache, un viaggio nei meandri della mente del consigliere titolare Aksentij Ivanovič Popryšin.
Alessio Bergamo con un gruppo di sette attori ha creato 'Appunti di un pazzo', allestimento scenico dal racconto di 'Gogol’ Diario di un pazzo'. Il realismo fantastico che caratterizza il testo letterario si materializza grazie a un approccio recitativo in cui l’attore mantiene un contatto di gioco scoperto e diretto con il pubblico.
Una produzione Fondazione Teatro della Toscana, Teatro dell’Elce, Cantiere Obraz, in collaborazione con Postop Teatro, con il sostegno produttivo di Armunia Festival Costa degli Etruschi, con il sostegno di Regione Toscana.

Aksentij Ivanovič Popryšin è un impiegato statale al grado più basso della gerarchia impiegatizia. Sta seduto nell’anticamera dell’appartamento di servizio del suo capo. Durante la giornata attende alle sue mansioni principali: porge gli incartamenti e tempera le penne per Sua Eccellenza e, a omaggio, per la figliola di Sua Eccellenza. Oltre la porta pulsa la vita sgargiante, misteriosa e inaccessibile delle alte sfere della società. Accadono cose incomprensibili alla mente dei semplici. È necessario penetrare, scoprire, indagare se si vuole comprendere, se si vuole ascendere. Popryšin non è persona priva di intraprendenza e indaga, penetra, scopre.
“La novella di Gogol’ – ragiona Alessio Bergamo – altro non è che una parabola sotto forma di scherzo, una riflessione sul rapporto tra l’uomo e la sua immagine sociale. Un tema inevitabile e oggi asfissiante, visto il moltiplicarsi delle immagini che quotidianamente, come in una camera di specchi, ci provocano scissioni interiori sempre più profonde, ci inducono a non farci capire più dove siamo noi e dove siano gli altri. Lo spettacolo va oltre la poetica di un teatro di rappresentazione tradizionale e lancia un ponte (o una sfida) verso la performance”.
È difficile capire quale sia la realtà vera delle cose. Comprendere è un atto intellettuale e dove c’è intelletto c’è immaginazione, e dove c’è immaginazione è facile non distinguere più la realtà. E d’altronde siamo sicuri che non sia proprio l’immaginazione a creare realtà che ci vengono a provocare, a indirizzare, a confondere o, al contrario, a portare a lucide chiarezze?
Difficile dirlo, fatto sta che Popryšin vivrà eventi straordinari che lo porteranno lontano dalla patria (o forse no), innalzato a cariche altissime (o forse no), implicato in intrighi di stato, clamorosi trionfi, gloriose imprese e terribili persecuzioni. E ad una, una sola, autentica rivelazione.

21 – 22 marzo 2018
Teatro La Comunità
AMLETÒ
Gravi incomprensioni all’Hotel du Nord
con Daniele Biagini, Manuel D'Amario, Elena Fazio, Teresa Federico, Yaser Mohamed, Mauro Racanati, Federica Stefanelli, Guido Targetti
scene e costumi Carlo De Marino e Matteo Zenardi
musiche a cura di Davide Mastrogiovanni
in collaborazione con Harmonia Team
luci Guido Pizzuti
regia Giancarlo Sepe

Un Amleto visivo, quasi senza parole, ambientato a Parigi negli anni Trenta.
Giancarlo Sepe con 'Amletò – Gravi incomprensioni all’Hotel du Nord' immagina la tragedia del principe danese, angustiato e depresso, narrata nella Francia del 1939. La famiglia di Elsinore, in viaggio, approda a Parigi e prende posto nell’hotel sul canale di Saint-Martin, l’Hotel du Nord del film omonimo di Marcel Carnè, così pieno d’umido che non fa rimpiangere i freddi della gelida Danimarca.
Dubbia reputazione hanno gli avventori di quell’albergo alla buona che ospita ebrei in fuga dalla Germania nazista, esiliati politici, prostitute e protettori, poeti e adolescenti col complesso edipico. La storia di Amleto viene narrata come da I parenti terribili di Cocteau, piena di tradimenti e gelosie, rimpianti e vendette, morti violente e valzer musette, amori inconfessabili e strane apparizioni…
Una produzione Teatro La Comunità.

Giancarlo Sepe riscrive un classico del teatro con quel suo riconoscibile stile che include, da sempre, la passione per il cinema e per la musica presenti in ogni suo spettacolo. E assomiglia ad un set cinematografico, anche nel montaggio, l’allestimento di Amletò, ricco com’è di allusioni visive e di suggestioni sceniche sapientemente ricreati nelle atmosfere suggerite dalle luci, nel gioco di movimenti e pantomime, di attrezzerie e oggetti manovrati a vista. Qui le sue invenzioni sceniche sembrano trovare il campo migliore e fertile ispirazione, come anche l’aver inventato una sorta di gramelot che parlano gli attori, una parodia del francese pienamente comprensibile per assonanze, cadenze, onomatopee. Poco recitato, lo spettacolo vive di pantomima e di coreografie accennate, dentro folate avvolgenti di musica.
La storia del principe Amleto è trasportata a Parigi (quella “ò” accentata lo fa essere, a pieno titolo, francese), alla fine degli anni Trenta, dove tutti i personaggi scespiriani, scappando dall’invasione nazista, si spostano attraversando, carponi, un piccolo ponte, e portando con sé i propri effetti personali. Si ritrovano tutti in una periferia parigina degradata, nei pressi dell’Hotel du Nord. Quello del film omonimo di Marcel Carnè, luogo dove alloggiavano ebrei in fuga dalla Germania nazista, esiliati politici, prostitute e poeti. Ed è al cinema del regista francese, e a quello di Jean-Luis Barrault di Les enfants du paradis, che il regista Giancarlo Sepe rende omaggio.
Laerte dice alla sorella Ofelia di non innamorarsi di un ipocondriaco visionario, Amleto che sogna la morte del padre a cui aveva ‘concesso’ di amare la madre Gertrude, suo unico amore: ma che Ofelia e Ofelia… egli amava la madre e basta! La spiava mentre indossava le sue calze di seta, ricordava i balli sulla terrazza di notte, appena schiariti da un filare di lampadine colorate, guardava le foto del suo bellissimo battesimo tutto di voile bianco, e la partenza del padre per la guerra, vero eroe, ripagato, ahimè, con il tradimento e la morte infertagli dal fratello appena rimesso piede sul suolo natìo.
A quella morte Amleto reagì malissimo, girava per le stanze e le strade della città con l’ingrandimento della foto del padre, come fosse un novello San Luigi. Hotel du nord: gente che va e gente che sparisce, improvvisi duelli mortali tra contendenti amorosi, sicari maldestri, morti accidentali, e sogni tanti sogni. Letti d’amore e di morte che vagolano nella sera d’estate al chiaro di luna al suono delle voci di Arletty, Josephine Baker e di Marguerite Boule’ch più nota come Fréhel. Canzoni d’amore e di disperazione, che Amleto soffre e vive sullo sfondo di una società impazzita, che corre e balla, e che sta per svanire sotto i colpi di una guerra sanguinaria. Ama la madre che ama il fratello del marito ucciso… Claudio! Piccolo despota, ignorante e donnaiolo, che canticchia: "Où sont mes amants", e che tradisce Gertrude, senza pietà.
“Essere o non essere… – commenta Sepe – l’uomo del destino, colui che vendicherà non solo il padre ucciso a tradimento, ma soprattutto il suo amore per Gertrude, incauta madre, incauta moglie e forse, inconsapevole assassina. Tutto troverà la sua risposta nella festa mascherata organizzata nell’Hotel du Nord… forse! La guerra che scoppia alla fine dello spettacolo svuoterà di colpo l’albergo, mentre Amleto, solo, si aggirerà tra valigie e maschere abbandonate in terra, alla rinfusa, come dei corpi senza più vita”.

14 aprile 2018
CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Accademia Perduta Romagna Teatri
ALAN E IL MARE
testo e regia Giuliano Scarpinato
assistente alla drammaturgia Gioia Salvatori
con Michele Degirolamo, Federico Brugnone
in video Elena Aimone
scene Diana Ciufo
videoproiezioni Daniele Salaris
luci Danilo Facco
movimenti scenici Gaia Clotilde Chernetich
costumi Giuliano Scarpinato

Raccontare l’indicibile: la storia del piccolo profugo siriano Alan Kurdi. Giuliano Scarpinato, che ha scosso il teatro-ragazzi con Fa'afafine, torna a far lievitare il cuore doloroso delle cose, amplificare la vicenda di uno e farla diventare quella di molti, con Alan e il mare.
Il teatro ha delle possibilità in più rispetto alla cronaca: il sogno, la trasfigurazione. Ecco quindi che alle parole di Michele Degirolamo e Federico Brugnone, alla vita narrata, si aggiungono le immagini, e la vita “immaginata”: proiezioni realizzate in videomapping danno vita a sogni, aspettative, desideri. Non solo: portano in scena il luogo da cui arrivano la voce e la presenza di Alan, una sorta di Atlantide, piccolo Eden subacqueo tra le cui spume, sabbie, coralli la piccola esistenza del bambino è rimasta impigliata. Una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Accademia Perduta Romagna Teatri.

Alan e suo padre Abdullah lasciano il loro paese, in Siria, dove la guerra sta portando via le scuole, le case, gli alberi; salgono su una barchetta sgangherata e colma d’anime, per arrivare molto lontano. Ma quella notte una grande onda prende il bimbo via con sé: Alan scivola via dalle braccia forti di suo padre, e giù nelle acque profonde diventa fratello delle alghe, dei coralli, dell’anemone colorato. Abdullah non vuole vivere senza il suo bambino-pesce: decide di andare da lui, entrare nel mare. Lì però potrà restare solo per poco tempo; lui appartiene alla terra, ed è là, gli sussurra all’orecchio il suo Alan, che dovrà continuare a vivere ed essere felice.
La storia di Alan Kurdi, il piccolo profugo siriano annegato a settembre 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, ha costituito un momento di svolta nella nostra percezione, ormai da tempo “anestetizzata”, dell’epopea vissuta dai milioni di uomini, donne e bambini fuggiti dai propri paesi per approdare in Europa. L’immagine di Alan, potente e ineludibile, è un punto di non ritorno: lo è stata per Nilufer Demir, la fotoreporter che ha scattato la foto-simbolo (“Ero pietrificata. L’unica cosa che potevo fare era fare in modo che il suo grido fosse sentito da tutti”, ha dichiarato); lo è stata, oltre ogni misura di umana sofferenza, per il padre del bimbo, Abdullah al – Kurdi.
“Nel momento stesso in cui quell’immagine si imponeva ai miei occhi – riflette Giuliano Scarpinato – per mezzo di un telegiornale in prima serata, una domanda iniziava ad abitarmi: come raccontare tutto ciò a dei bambini, magari poco più grandi di quello annegato sulla costa di Bodrum? Come dire l’indicibile?”
Da qualche anno ha intrapreso un percorso di ricerca nel delicato ambito del teatro per le nuove generazioni, con il desiderio di portare all’attenzione dei più giovani temi difficili, complessi, che sfuggono a soluzioni semplici e necessariamente edificanti. Impossibile prescindere, per raccontare una storia così recente, dalle testimonianze reali dei suoi protagonisti: i racconti di Abdullah Kurdi e Nilufer Demir sono stati una preziosa risorsa, insieme ad un’ulteriore quantità di altri, incredibili racconti di giovanissimi profughi. La veridicità della narrazione è imprescindibile in un lavoro che vuole anche essere un tributo alla storia di persone realmente esistite.
Ma il teatro ha delle possibilità in più rispetto a quelle della cronaca: sono quelle del sogno, della trasfigurazione. Se la storia di Alan rimanesse solo sua, raccontarla sarebbe inutile. Allo spettatore, giovane o adulto, spetta il compito di raccogliere quell’esistenza; come porgendo l’orecchio a una conchiglia per sentire, in qualsiasi luogo ci si trovi, il lontano rumore del mare.

11-13 maggio 2018
Fondazione Teatro della Toscana
QUASI UNA VITA
drammaturgia Stefano Geraci, Roberto Bacci
regia, scene e costumi Roberto Bacci
con Giovanna Daddi, Dario Marconcini, Elisa Cuppini, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini
musiche a cura di Ares Tavolazzi
luci Valeria Foti
assistente alla regia Silvia Tufano
scrittura fisica Elisa Cuppini
allestimento Sergio Zagaglia, Stefano Franzoni, Fabio Giommarelli
scenografa pittrice Chiara Occhini
assistente costumi Chiara Fontanella
realizzazione costumi Sabrina Atelier
si ringraziano Associazione Teatro di Buti, Marilù Mazzanti
produzione Fondazione Teatro della Toscana
foto di scena Roberto Palermo

...un sasso, una foglia, una porta nascosta; di un sasso, una foglia, una porta.
E di tutti i volti dimenticati.
Nudi e soli siamo venuti in esilio. Nel suo oscuro grembo non conoscemmo il volto di nostra madre. Dalla prigione della sua carne siamo giunti all'indescrivibile, indicibile prigione di questa terra.
Chi di noi ha conosciuto il fratello?
Chi ha guardato nel cuore del padre?
Chi non è rimasto per sempre prigioniero?
Chi non è per sempre solo e straniero?
O immane desolazione, persi nei torridi labirinti, tra le stelle lucenti su questo tizzone esausto e spento, persi.
...un sasso, una foglia, una porta nascosta.
Dove? Quando?
Thomas Wolfe

Ciò che resta di noi è ciò che gli altri ricordano nel tempo che a loro resta. La domanda che ci portiamo dentro e nello spettacolo è quella che riguarda l'attraversare l'ultima porta che ci resta nascosta oltre la quale ci attende un incerto viaggio nel Chissàdove. È quasi una vita quella che ci è data e, mentre la viviamo, così occupati a rincorrere ciò che resta da essere e da fare, il Teatro può interrogarci sul futuro di ciò che siamo stati. Prendiamo allora la vita di due persone qualsiasi e raccogliamone i ricordi, gli affetti, gli oggetti, i costumi, le parole che hanno detto ed anche amato. Ci specchiamo ed osserviamo, attraverso il destino di altri da noi, il destino del personaggio che portiamo la sera con noi a teatro. Il Chissàdove può diventare un luogo senza tempo e senza spazio, il qui e ora di un attimo della nostra vita in cui, mentre una porta si chiude alle nostre spalle, contemporaneamente la stessa porta si apre davanti a noi verso un luogo sconosciuto. Sonnambuli, con la speranza di incontrare un IO permanente che continuamente si nasconde alla nostra coscienza e che, in Quasi una vita, raramente abbiamo vissuto. Roberto Bacci

Ogni sera, un congedo. Se fosse stato cinema, questo spettacolo si sarebbe potuto ascrivere al genere biopic, quella fiction che si fonda su biografie reali, oggi di nuovo in voga e in alcuni casi con esiti molto suggestivi. La preparazione, almeno, è stata analoga. Abbiamo raccolto e registrato i racconti biografici di Dario Marconcini e Giovanna Daddi, attori e amici di lunga data con una intensa storia di teatro e vita in comune lunga quasi sessant'anni. Il motivo di questa scelta non è stato però quella di raccontare le loro vite, ma di attraversarle insieme. Avevamo alcune domande con noi. Cosa resta delle nostre vite quando ci volgiamo indietro e ci chiediamo: cosa abbiamo combinato? E il teatro ci concede un tempo per intravedere un disegno nei passi che abbiamo compiuto e che casomai abbiamo calpestato maldestramente senza neanche accorgersene? Forse la parola più adatta per descrivere questo lavoro è «congedo», così come si usa nella poesia in forma di canzone: quei versi finali in cui l'autore rivolgendosi a se stesso chiede ai lettori di farsi carico dell'ombra del poeta, attraverso la vita dei suoi versi. Lo spettacolo teatrale però non può fissare per sempre il momento del commiato. La sua virtù è altrove: creare una forma fatta apposta per sparire, ogni sera, di fronte agli spettatori. Se va bene, saranno loro a far viaggiare quel che resta di una esistenza nella loro memoria, e se un disegno esisteva, saranno gli spettatori a scoprirlo perché avrà provocato un'eco, una assenza, un'intima complicità con le loro vite. Le scene di Quasi una vita raccolgono e compongono gesti e parole dispersi in una storia d'amore, nel presentarsi della vecchiaia, nell'incerto confine che separa la malattia dalla salute, in abitudini e memorie teatrali che scavano i corpi ma che illuminano il passare del tempo con l'intensità di chi ancora ha il coraggio e l'incoscienza di voler debuttare nella vita. Quando raccoglievamo i racconti che avrebbero fornito le tracce dello spettacolo e del compito degli attori che li avrebbero accompagnati sulla scena, Dario e Giovanna hanno chiesto a noi, intrufolati nelle loro vite mentre con generosa cautela ce le affidavano, se molte storie o storielle in cui vita e teatro erano inestricabilmente impastate fossero superflue o addirittura ridicole. Forse sì. Ma forse il teatro è sempre ad un passo dal ridicolo. Perché la dedizione di una vita non sembra valerne la pena, perché pretende di muovere ombre troppo più grandi delle mani che ha a disposizione, perché agisce «come se» potesse trasformare la realtà: fino a quando può capitare che, per vie impreviste, ci commuove perché per un attimo, in un fuggevole frammento, è arrivato alla verità.
Stefano Geraci